L’arte del naufragio

Daniele Pinni, artista di Portogruaro, nella biblioteca dell’Istituto universitario salesiano di Venezia (Iusve), propone “Migro”: le coperte isotermiche applicate su tavole e dipinte. Una serie di opere, dieci per l’esattezza, utilizzando teli per riscaldare e proteggere i migranti.

I suoi lavori, come tante stazioni di una Via Crucis che sembra non avere una fine, raccontano le vittime dei “naufragi della speranza”. Paradossalmente senza metterle in scena, ma sbattendoci addosso il colore, spalmando sull’oro il furore del mare, l’orgasmo di una bufera, di un vento che assale i fragili navigli e non consente salvezza. La disposizione delle ‘stazioni’ solo alla fine sembra lasciare un cielo più aurorale, di promessa e di approdo. Tutte le tavole, alcune nelle cornici di un’antica Via Crucis, sono dipinte col blu torbido dei flutti, uno dei tanti blu del mare, ignaro di disastri e sofferenze, che confligge con l’oro del sole, illusorio anelito di salvezza. L’oro o la sua simulazione, sfondo prestigioso, solenne, nella tradizione pittorica medievale, viene subissato da una natura ostile, da una volontà che ottenebra la speranza risucchiandola nel gorgo micidiale. Le vittime, se ne contano più di trentamila negli ultimi 10 anni, come i sopravvissuti, non compaiono, assenti, e l’assenza dei corpi assolutizza l’evento, la tragedia, fa concentrare lo spettatore sul senso, senza mendicare una liberatoria pietà. È il dramma che agisce e ci coinvolge, ci fa sentire parte della scena, a meno che cinicamente se ne prendano le distanze. Un’arte che si allinea con la responsabilità, che non specula ideologicamente, ma propone, senza forzature estetiche; un richiamo all’etica, all’humanitas senza declinazioni, rinviando implicitamente alla politica le decisioni. Un’alternativa potente alle immagini degli schermi con medesimi soggetti, ma astratti, alieni, mescolate con le finzioni e digerite come le pietanze che si consumano mentre, nella banalità di pranzi e cene, ci vengono propinate da una maligna volontà.

Quanto sopra al nord, in Veneto. Se vivi in Sicilia o se ci passi del tempo, specialmente se la tua residenza si affaccia sul mare, non puoi prescindere da ciò che proviene, nel bene e nel male, dalla sponda opposta, dall’Africa. Perciò l’allestimento delle opere di contorno ad “Agrigento capitale italiana della cultura” non fa eccezione, collegando intellettualisticamente i quattro elementi dell’antico concittadino Empedocle costitutivi l’orbe: Aria, Terra, Fuoco e Acqua, con ben altre suggestioni che oggi quel territorio, suscita. Nell’isola di Lampedusa il cielo notturno è incontaminato ma il mare purtroppo no, dissolve i corpi di decine di migliaia di naufraghi.

I risultati dell’approdo, che spesso altro non è che un perdurare del naufragio, sono idealmente raccolti sulla battigia da Edoardo Malagigi, artista e designer, docente di Design presso l′Accademia di belle arti di Firenze, nella mostra inserita nel calendario delle manifestazioni per ‘Agrigento capitale italiana della cultura’. I lacerti delle imbarcazioni diventano un’istallazione intitolata didascalicamente “Siamo tutti migranti”. Inutili frammenti, speculari ai vivi e ai morti delle traversate. Un messaggio semplice quello che l’artista agrigentino propone con i legni dei relitti, un ulteriore grido che già si presagisce inutile, nonostante la buona volontà di chi lo emette, che si assomma alle parole e ai gesti di tanti, purtroppo inascoltati. Direttamente trasmesso sullo stesso terreno in cui i drammi, le tragedie accadono, quel litorale su cui si infrangono le attese divenendo per tanti, delusioni. L’area dell’agrigentino che ha visto sbarchi che hanno fondato la nostra antica cultura, provenienti da civiltà che hanno plasmato i nostri saperi, la nostra sensibilità (e con nostra intendo quella dell’occidente), dove grazie a loro arte e pensiero assunsero quella forma che ha strutturato la nostra mentalità per millenni, oggi è ricettacolo di disperazione. A dispetto degli sforzi degli artisti. Uno per tutti Mimmo Paladino che nell’appendice insulare della città, a Lampedusa, ha impiantato una porta aperta, illusoriamente spalancata purtroppo.