Il “maestrale”: la scuola di Mario Lodi

Vignetta su Mario Lodi

Caro maestro Mario Lodi,

mi piace scrivere maestro, credo sia una delle parole più belle del mondo. C’è dentro il riconoscimento di quello che uno è, ma anche il tono affettuoso di una relazione speciale, unica. Mi diverte pensare che il “maestrale” sia il maestro di tutti i venti. E che il suo simbolo sia la rosa dei venti. Che insomma per dire maestro ci voglia vento, ci voglia fiore. In ebraico spirito, vento, è al femminile, come femminile è scuola. Perdendo il femminile non c’è più vento, non c’è più fiore, non c’è più scuola. Il “grazie” per una scuola così è già dentro questo nome: la riconoscenza può nascere solo dal riconoscimento. Là dove ognuno, ognuna sente di avere un posto. E dove nasce la sua idea di scuola? Nasce durante la guerra, nasce nel sogno di libertà, nelle notti che lei ha passato in prigione. Nasce dalla Resistenza.

In questi giorni Emma Ruzzon, rappresentante degli studenti e studentesse dell’Università di Padova, parlando nel contesto solenne dell’inaugurazione dell’anno accademico, ha compiuto un gesto simbolico. Si è levata la camicia nera (quella elegante, da occasioni importanti) che indossava. Per invitare poi tutte e tutti nel nostro Paese a levarsi un’altra “camicia nera”, quella di un nuovo, pervasivo fascismo che sta oggi dilagando non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo. 

In un tempo come il nostro tornare ai simboli – lei ce lo insegna – è fondamentale per “mettere insieme” i cocci rotti, colpevolmente dispersi, per impedire di capire dove sta andando il mondo. 

Mi piace immaginare che Emma potesse essere stata una delle sue alunne, di quelle che hanno imparato da lei a “divergere”, a sentire la Costituzione come respiro, pratica di libertà, modo di vivere. Calamandrei, padre costituente, diceva che solo chi cerca la libertà come l’aria che respira la può trovare. C’erano giovani come lei, uomini e donne, tra coloro che scrissero la Costituzione. Calamandrei diceva che dietro ogni articolo della Costituzione c’erano giovani che avevano dato la vita in guerra o nella lotta partigiana. Se lui vedeva dietro ogni parola della Costituzione un giovane che muore, lei vedeva dietro ogni sua parola un bambino, una bambina che vive. Lodi, per lei gli articoli della Costituzione non erano solo principi, erano persone. E la scuola era comunità. Comunità e non azienda. Comunità è una parola antica che ha dentro quel “munus” che significa “dono”. Communitas è un insieme di persone unite fra loro da un dono. Questa, maestro, è stata la sua scuola: fondata sul dono. Comunità, l’esatto contrario di immunità. Di una scuola intoccabile, dove non entra nessun vento, non sboccia nessun fiore.

Ecco perché la scuola deve tornare a chiamarsi “pubblica”. Il Ministero deve tornare a chiamarsi della “Pubblica istruzione” perché la scuola è pubblica come l’acqua, come l’aria. 

Lei ha creduto che la scuola fosse un laboratorio di felicità. La felicità non è un lusso, è un diritto. Essere felici è una delle più grandi scommesse educative che si possano realizzare. Ma esserlo insieme: non senza l’altro, mai contro l’altro. Anzi, è necessario fare laboratori di felicità, cooperare, lavorare insieme, sperimentare, costruire felicità.  Servono i mezzi, certo in una scuola, ma servono soprattutto le idee. Una scuola con tanti mezzi e poche idee è come un cimitero di macchine. Non si mette in moto nulla. A lei in principio, in una scuola di provincia in cui non c’era nulla, è bastata una finestra, questo rettangolo tagliato nella parete, per vedere quasi metà del cielo. E da lì insegnare ai suoi ragazzi e ragazze la pioggia, le nuvole, l’incanto della luce…

Una scuola dell’intuizione e del dialogo, non unilaterale, non autoritaria. 

Una scuola plurale. La scuola fascista che lei hai conosciuto impediva l’immaginazione. Lei per questo ha reagito immaginando. La sua scuola come la Costituzione è antifascista. Così ha lavorato con bambini soprattutto sulla Costituzione, perché diventasse loro, come le mani, gli occhi, la bocca. Ha creduto più nei sentimenti dei bambini che nei documenti della burocrazia. Perché «il sentimento è un documento» (Svetlana Aleksievic).

Lei maestro ha creduto che le idee dei bambini non siano solo da custodire, ma da diffondere: ecco la sua geniale idea di stampare con loro un giornale. Le idee libere devono diffondersi, creare dibattito, discussione, confronto. Sono sale della democrazia. 

Queste rivoluzioni educative non sono avvenute principalmente al centro, nell’ombelico del mondo, ma nei margini, nelle periferie, come la sua Piadena o la Barbiana di don Milani.

Dice bene Bell Hooks: «la marginalità è un luogo radicale di possibilità, di resistenza. Un luogo capace di offrirci la condizione di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi. Non si tratta di una nozione mistica di marginalità. È frutto di esperienze vissute». 

Da questa prospettiva la studiosa femminista ci indica cosa significhi “insegnare a trasgredire” e ci invita a concepire l’educazione come “pratica della libertà”. 

Ogni scuola è un avamposto di democrazia. La scuola, quella di voi visionari e visionarie, è l’antidoto contro la disumanizzazione del mondo. 

La sua scuola continua a “fare scuola”. Per alimentare la nostra voglia di andare a scuola, di insegnare, progettare, immaginare. Di una politica visionaria della scuola sapendo che «la politica è una pratica dell’immaginazione». Una scuola che generi dunque democrazia e libertà. Si può credere perfino che le istituzioni possano essere «misteriose e commoventi», come diceva Pasolini. Cioè possano dare corpo, storia, cittadinanza alle cose più preziose, come libertà e bellezza. A patto che non perdano mai di vista le persone e siano sempre dalla parte dei Diritti umani e dei Diritti dell’universo. Se non lo fossero, non avrebbero più diritto di essere credute, perché avrebbero tradito se stesse. 

Ricorda maestro Lodi quando ci siamo incontrati a Verona? Penso all’emozione che ho provato dentro la baracca di burattini quando mettevo in scena le storie da lei raccolte nel suo Gesù oggi. Aveva fatto leggere in quarta e quinta elementare ai suoi alunni e alunne per intero il Vangelo di Matteo (lo stesso che aveva scelto Pasolini per il suo film) come un’opera classica, un codice per interpretare la vita, il mondo. Condividevo il suo modo “laico” di parlare di “religione”. Che poi la sua vera religione, maestro, era quella di “re-ligare” cioè di creare legami, fare “comunità”. Così la nonna Teresina, dei racconti dei ragazzi del Vho, diceva che per ospitare il Bambino Gesù si poteva portare da lei, non in una grotta: «se è il figlio di Dio portiamolo in casa mia nella sala». Come avrebbero fatto le nostre nonne, che per chi poteva permetterselo: la domenica si doveva pranzare in sala. 

E poi “Maria”, la Madonna dei suoi bambini e bambine, dopo che aveva ricevuto l’annuncio dell’angelo: «Agitata Maria pensa a quelle parole e intanto le lasagne bruciano nel forno. Si arrabbia un pò e dice: “se Dio vuole così accetterò, ma cosa dirò adesso a Giuseppe?”». Tutto nato dalla domanda di una bambina: «E se venisse davvero oggi, Gesù qui al Vho, da noi?». 

Ricordo i suoi occhi chiari, ridenti dopo lo spettacolo. Era evidente che la vera rivoluzione nasce dagli occhi, dallo sguardo che si ha sul mondo. Dal maestrale che ci spinge in avanti o ci asciuga le lacrime. Che alla fine tutto nasce da quell’amor che non solo “move il sole e l’altre stelle” ma anche la ricerca, la conoscenza, l’apprendimento, lo stupore. La Scuola. 

I suoi alunni e alunne vivono nel futuro e sono quelli e quelle che difenderanno la scuola pubblica come l’aria, l’acqua… Che impediranno che la scuola produca piccoli pappagalli del potere. 

Promuoveranno pratiche di libertà in qualunque “Paese sbagliato”. Sentiranno, nel naso, il vento delle libertà, il maestrale. Già, caro Mario Lodi, il maestrale, il maestro di tutti i venti; quello che passando, dentro la scuola o nella vita, porta il polline della bellezza, della giustizia e fa nascere un fiore.