L'editoriale
Stagione di semina

In questo inizio d’anno nuovo la parola più usata e abusata è certamente speranza. Io stesso mi sono ritrovato a fare un incontro sulla teologia della speranza in Jurgen Moltmann, il grande teologo protestante recentemente scomparso. Il suo testo, dall’omonimo titolo risale al 1964 ed ha accompagnato la riflessione dei cristiani dall’America latina all’Europa coniugandosi con la teologia della liberazione e la teologia politica. Prima di lui, con cui si è sviluppato successivamente un intenso confronto, il filosofo marxista Ernst Bloch tra il ’53 e il ’59 pubblica Il principio speranza. Come si vede il tema non è nuovo. La speranza è la sorella giovane ed entusiasta ne Il portico del mistero della seconda virtù di Charles Peguy. Lì si mette il fuoco sulla sua forza trascinante senza la quale scenderebbe il gelo dell’aridità dottrinaria sulla fede e magari il tepore dell’autocompiacimento sulla carità. Certamente la speranza è un compito per i cristiani e tuttavia, per rifarci a Paolo non si tratta affatto di un affidamento esangue e passivo ma di un vero e proprio combattimento: spes contra spem, speranza contro speranza. Capacità di contrastare tutti i motivi che indurrebbero a disperare, o meglio, capacità di perseverare malgrado tutto. Ma sperare in cosa? Diciamolo con parole totalmente laiche, nate in clima illuminista e nell’agone della rivoluzione francese anche se uno sguardo attento non può non cogliervi i germogli fioriti in una più antica seminagione: libertà, uguaglianza, fraternità. È vero che l’uomo è un “legno storto”, come non vederlo osservando la nostra storia comune che è per molti aspetti quella di un’enorme macelleria dove i giusti e i semplici sono giustiziati, talvolta invocando lo stesso nome di Dio, ma è altrettanto vero che queste stesse parole ci rimandano a donne e uomini che per la libertà, l’uguaglianza e la fraternità hanno dato la propria vita, mostrandoci come da lì si può tirare il filo d’oro della speranza che con tenerezza e tenacia ha attraversato anche i più profondi abissi della storia. “Su ogni carne consentita, su la fronte degli amici, su ogni mano che si tende, scrivo il tuo nome. (…) Sopra ai miei rifugi infranti, sopra ai miei fari crollati, su le mura del mio tedio, scrivo il tuo nome. (…) Sul vigore ritornato, sul pensiero svanito, su l’immemore speranza, scrivo il tuo nome. (…) E in virtù d’una parola ricomincio la mia vita, sono nato per conoscerti, per chiamarti. Libertà”. Questi versi scriveva il poeta francese Paul Eluard nel 1942 scegliendo la via della Resistenza. Sempre più mi vado convincendo che la posizione di Hanna Arendt, sul fatto che solo il bene può essere radicale, sia una felice intuizione. Solo il bene richiede profondità, il male può essere (e come!) estremo ma davvero sovente è come una muffa che si diffonde nella superficie e infetta l’intero organismo. Certo la speranza non si compra al mercato, per certi aspetti, quando è autentica è parente stretta della disperazione. Come non vedere nei movimenti migratori di milioni di persone, tra mille pericoli, questo intrecciarsi di disperazione e speranza. Disperazione e speranza mettono in movimento, entrambe tendono e attendono salvezza. Pellegrini di speranza è il motto del Giubileo, perché la speranza va condivisa, va “camminata”, va vissuta dentro i conflitti, le sofferenze e le gioie comuni, magari ricordando la radice giubilare che aveva al centro il riposo della terra, la restituzione della proprietà e la liberazione degli schiavi; quanto, mutatis mutandis, anche la sola enunciazione di queste utopie sarebbe oggi necessaria, in un’epoca di terra ferita, di Stati schiacciati dal debito e di allargamento delle disuguaglianze tra i Paesi e dentro di essi.
La dimensione dell’attesa, nel doppio senso che il termine assume nella lingua italiana, è il carattere proprio della speranza cristiana. Attendere al proprio compito, perché il penultimo è il terreno della nostra responsabilità nella compagnia delle donne e degli uomini del nostro tempo, assumersi nel piccolo o nel grande la propria responsabilità e nello stesso tempo attendere il Regno promesso. In questo senso, come scrive con profondità e passione Sergio Quinzio, “la speranza è viva solo finché è vivo il dolore, dal quale speriamo di essere salvati quando il Signore asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi”. Sì, perché c’è l’orrore della guerra, l’urlo di Gaza espresso così efficacemente nell’opera che accompagna in foto questo editoriale, il gelo dei Paesi ucraini senza riscaldamento, luce e cibo, i tanti conflitti sanguinosi che attraversano il mondo, ma c’è anche il male cieco che si abbatte in molti modi e sconvolge la vita di tanti innocenti. La speranza cristiana vuole essere anche l’annuncio urgente e liberante che l’ingiustizia, l’oppressione, la sventura non avranno l’ultima parola. La fede nella risurrezione (la beata speranza) è soprattutto continuazione della lotta per la giustizia con altri mezzi. In questo senso la speranza escatologica non è “oppio dei popoli” ma una forza capace di trascinare, la sorella minore in grado di alimentare fiducia nel cammino di umanizzazione, sempre esposto a passi indietro e a fallimenti, in un certo senso sempre da ricominciare per sbagliare meno e sbagliare meglio come ha detto qualcuno. La costruzione di quelle utopie creative dell’amore su cui Moltmann e Bloch convergevano, anche nella loro diversità, alla fine degli anni Sessanta intorno al principio speranza, sono ancora oggi una sfida a fare della speranza non l’approdo consolatorio e passivo di un’illusione ma il nucleo vitale di una passione radicale per ripensare e ricostruire oggi una prospettiva di libertà e uguaglianza che trovi nella fraternità il suo fondamento.